Bertrand FAVREAU

 

Série : Droits de l'homme II

 

 

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La violenza contro le donne nel web e offline:

prevenzione e contrasto

Camera dei Deputati

Piazza di Monte Citorio - Roma

26 maggio 2017

 

Bertrand Favreau *

 

 

Bertrand Favreau

Photo Camera dei deputati-Roma.

 

 

 

 

Discorso

ROMA

26 maggio 2017

 

“Buongiorno ROMA”, dicendo così con tanto piacere, vorrei innanzitutto congratularmi sinceramente e ringraziare calorosamente gli organizzatori di questo incontro.

Prima fra tutti la Presidentessa della camera dei deputati, promotrice dell’organizzazione di questo convegno, spinta dal suo forte coinvolgimento per lo sviluppo di tale tematica nel corso degli ultimi anni.

Coinvolgimento che l’ha portata a lanciare un nuovo appello di sensibilizzazione a quella che chiamiamo la società civile – espressione cara a Adam Ferguson – ma soprattutto ai legislatori di tutti gli Stati, particolarmente degli Stati d’Europa.

Vorrei inoltre porgere i miei ringraziamenti al Consiglio nazionale dell’ordine degli avvocati che stamani ci ha accolti e che sostiene con convinzione questa manifestazione.

Ma vorrei ringraziare in particolar modo l’Unione Forense Per la Tutela dei Diritti Umani che ha affidato l’organizzazione dell’evento al suo presidente nonché nostro amico Anton Lana, che ha fatto tutti gli sforzi possibili e necessari per la buona riuscita di questo incontro. Ringrazio inoltre le personalità venute anche da molto lontano, i presidenti degli ordini degli avvocati di Parigi, di Bruxelles, di Ginevra, di Berlino, di Atene, del Lussemburgo e tutti i membri dell’ IDHAE giunti a Roma.

Il tema trattato oggi, quello della violenza sulle donne, è assai preoccupante e se ancor oggi è di attualità non deve farci dimenticare che si tratta di risultati di notevole peso sociale e storico che purtroppo sono stati ignorati da chi ci ha preceduto.

Non è solamente questione di semantica, molto cara a noi francesi. Noi siamo il risultato di quella stagione tormentata, l’estate del 1789, durante la quale sono stati proclamati quei principi immortali che ancora oggi chiamiamo i “diritti dell’uomo”.

Nonostante la comprensibile e giustificata reazione di Olympe de Gourges – che riscriveva la troppo maschilista dichiarazione dei diritti dell’uomo affermando nell’articolo uno che “la donna nasce libera ed ha gli stessi diritti dell’uomo” – nessuno all’epoca credeva realmente che si trattasse di liberare questo genere umano.

Eppure eppure (due volte!), come possiamo dimenticare che tutto ciò deriva da una concezione ereditata dai secoli precedenti, che riaffiora allo stato di barbarie primitive nel comportamento di alcuni individui oggi? In poche parole, il ritorno dei comportamenti del passato attraverso le tecnologie del futuro.

È necessario ricordarvi che quattro secoli prima della nostra era, gli uomini osavano porsi come domanda se la donna avesse un’anima oppure no?

C’erano già le premesse nella domanda fatta da Aristotele che riguardava quest’anima “a scoppio ritardato” che secondo lui non entrava se non con un certo ritardo nel corpo di un feto femminile.

Perché pensare che il feto maschile fosse dotato di anima già dopo quaranta giorni contro i novanta previsti per il feto femminile?

Oseremmo accusare i nostri antenati greci che più di ogni altra cosa credevano in una Dea Madre? Ma si tratta di un precedente, che peraltro non può assolvere i grandi autori cristiani, che lo hanno ripreso e rivisitato fino a San Tommaso d’Aquino.

Pensiamo al ricco e non triste Medioevo, epoca di stesura di quei racconti violenti dove « le donne picchiate dovevano far ridere. Ma far ridere chi? Gli uomini!”

Personalmente, potrei forse scagionare i miei avi, dato che provengo dal paese dell’amor cortese, della delicatezza e del tatto. Ma che non è sempre stato così delicato come sembra: al nord della Francia, le genti del luogo hanno per lungo tempo adottato usi e costumi di Philippe de Beaumanoir, il famoso autore di “Coutumes de Beauvaisis”, che nel XIII secolo autorizzava i mariti a picchiare le mogli disobbedienti.

Come si può ignorare il fatto che spesso ciò che può far ridere, ciò che è considerato usanza comune, prelude sempre a un qualcosa di tutt’altro che gradevole?

Non è così scontato ricordare che il XVI et il XVII secolo hanno visto il verificarsi della caccia alle « streghe »: gli storici stimano che tra le 50.000 et le 200.000 donne considerate streghe sono state bruciate vive in Europa nel corso dei due secoli (però forse mai 9 millioni come lo diceva la scrittrice Benoite Groult). Reazione criminale di una società di uomini inquieti per l’eventuale perdita  della loro supremazia.

Purtroppo conosciamo bene la fatalità del destino di queste streghe. Dalla maga, o strega, Circe, che trasformò i compagni di Ulisse in maiali, ad Azucena de “ Il trovatore”, fino a Ulrica di “Un ballo in maschera, queste donne sono tutte state considerate delle streghe per il semplice fatto di essere... donne.

Tuttavia, Michelet ha magistralmente dimostrato nella sua opera eponima che la presunta strega della storia è sempre un personaggio unico percepito come innovatore, femminista e indignato del suo destino sociale.

E bisogna tristemente constatare una volta ancora che persino la rivoluzione francese e il XIX secolo hanno spesso criticato le prime femministe, come Flora Tristan e Louise Michel. Ogni sorta di non-considerazione, di discriminazione, di svalutazione (secondo la distinzione di Pierre Bourdieu) nei confronti delle donne contiene in sé un’esortazione alla violenza.

Per molti aspetti si tratta dell’eredità di uno stato d’animo che ci incita a reagire e combattere, perché la violenza sulle donne costituisce la più evidente manifestazione dell’ineguaglianza tra uomo e donna.

Bisogna ampliare, universalizzare, criminalizzare la presa di coscienza troppo tardiva delle violenze subite dalle donne.

Come non capire che 25 secoli di pregiudizi, di raffigurazioni malefiche e primordiali hanno sfociato nel lasciare un’impronta negli animi più frustrati e incapaci di riflettere?

Come non tremare all’idea che si possano manifestare nuovi episodi, nuove forme di violenza, risultato di una  bassezza che continua a ripetersi?

Perché la violenza contro le donne è incoraggiata dall’accettazione e dall’espandersi degli stereotipi. La politica di prevenzione passa attraverso un’azione da compiere sull’immagine della donna.

Prima di tutto, la scuola e i media hanno un ruolo importante da giocare rifiutandosi di contribuire al persistere delle rappresentazioni degradanti dell’immagine della donna. La politica di lotta contro la violenza sulle donne è dunque multiforme ma soltanto la sua parte repressiva è prevista dalla legge. E si tratta di provvedimenti piuttosto recenti, se non si considerano le iniziative pionieristiche e le lotte portate avanti sul piano della norma nel passato.

Ad esempio, come non notare che solo nel 1979 è stata introdotta la Convenzione della Nazioni Unite sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti della donna? E che l’introduzione della Dichiarazione sull’eliminazione de ogni forma di violenza nei confronti delle donne da parte dell’assemblea generale dell’ONU risale soltanto al 1993? Ma soprattutto che solo a partire dal 1999 il 25 novembre è stata proclamata “Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne”?

E dato che siamo un’associazione europea, come ignorare il fatto che la convenzione del Consiglio d’Europa sulla violenza nei confronti delle donne e le violenze domestiche, primo strumento europeo a dare un quadro giuridico completo per prevenire la violenza sulle donne, è stata firmata a Istanbul soltanto nel 2011 e solamente da 13 paesi?

La convenzione di Istanbul ha per obiettivo il proteggere le vittime e il mettere fine all’impunità degli autori delle violenze. Essa definisce ed erige a infrazione penale numerose forme di violenza contro le donne (tra le quali il matrimonio forzato, le mutilazioni genitali femminili, le molestie, le violenze fisiche e psicologiche e la violenza sessuale). Questa direttiva è centrata sulla prevenzione della violenza e sulla protezione delle vittime e copre tutte le forme di violenza fondate su una discriminazione sessuale, compresa la violenza domestica, quella derivante da situazioni conflittuali e post-conflittuali e quella nel quadro istituzionale.

Ciononostante, secondo i più recenti dati pervenuti, lo stupro e la violenza coniugale rappresentano per una donna di età compresa tra i 15 e i 44 anni un rischio più grande che il cancro, gli incidenti stradali, la guerra e la malaria uniti insieme. Disponiamo di indagini incentrate sulle violenze di genere, vale a dire sulle violenze che colpiscono le donne in quanto tali. Le indagini mostrano che il fenomeno concerne le donne in ogni ambito sociale, dalla vita privata, agli spazi pubblici e al lavoro.

Si stima che oggigiorno una donna su tre sia vittima di violenza nel corso della sua vita, e questo fenomeno riguarda dunque 1 miliardo di donne in tutto il mondo. Sappiamo per esempio che nel 2015 in Francia, 122 donne sono morte a cause delle percosse inflitte dal loro compagno o ex-compagno, che altro non è se non una forma di violenza subita. E ciò che è più grave è l’ampiezza del silenzio e l’occultazione della violenza da parte delle donne che la subiscono.

 Dal 2007, in Francia, è stato introdotto un numero d’emergenza, il 3919 rivolto alle vittime o ai testimoni di violenze coniugali. Il numero 3919 assicura un primo aiuto a tutte le donne vittime di violenza di genere. Ancor oggi, nel XXI secolo, 50.000 chiamate sono state effettuate al 3919.

Cari amici, siamo arrivati a un momento in cui gli errori riprovevoli che abbiamo denunciato nel passato risorgono sotto nuove sembianze. Si tratta in effetti del proseguimento o della resurrezione di comportamenti primordiali e barbari che hanno assunto un nuovo aspetto.

Oggigiorno, la cyber violenza sintetizza, recupera e contiene tutte le forme di violenza possibili (molestia, minacce, ingiurie, diffusione di immagini di violenza, ecc) caratteristiche dell’era informatica. Sono tanto numerose quanto la molteplicità dei supporti informatici e delle reti sociali  che lo permettono.

Il cyber sessismo rimanda a una serie di comportamenti “online” con lo scopo di insultare, molestare, umiliare e diffamare: ingiurie, insulti e commenti umilianti sull’aspetto fisico e sulla sessualità, la diffusione di voci, messaggi o immagini a carattere sessuale, diffusione di informazioni rubate, usurpazione d’identità, diffusione di immagini intime ottenute senza il consenso o all’insaputa del soggetto ritratto.

Tutto ciò per riaffermare, una volta ancora, l’importanza che riveste questo nostro incontro.

In ultimo, vorrei terminare riprendendo ciò che ho detto al principio per spiegarmi meglio. Potreste aver pensato che i miei ringraziamenti non fossero che pure forme di gentilezza, formalità obbligate in un certo qual modo. Ebbene, avete torto.

Perché ora potete  meglio comprendere perché è necessario esprimere una gratitudine particolare agli organizzatori e a tutti gli oratori che ci hanno fatto l’onore di ritornare per rinforzare la qualità e la buona riuscita di questo incontro a Roma. E quando questo convegno finirà, condividerete appieno i ringraziamenti che avevo anticipato.

Perché daranno una risposta all’esortazione che Olympe de Gourges aveva scritto nella postfazione della sua Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina: “Donna, svegliati! La campana a martello della ragione si fa intendere in tutto l’universo; riconosci i tuoi diritti”.

E noi, noialtri, noi tutti, “svegliamoci! Facciamolo oggi, finché non è troppo tardi”. E per terminare, vorrei citare dei versi di Victor Hugo, tratti dall’opera “I castighi”:

“Risvegliatevi, basta con questa vergogna!

È giunto per la marea il momento di salire.

Basta con questa vergogna, cittadini!”

Sì, basta con questa vergogna! Bisogna che la marea della nostra indignazione salga fino a divenire, infine, azione! È questa la nobile intenzione che ha motivato coloro che hanno voluto organizzare questo convegno oggi.